Da quando mia madre non c’è più

La festa della mamma è vicina, e ti penso

Il giorno della mia prima comunione, coincideva con la festa della mamma, e tu decidesti di regalare una rosa a tutte le invitate. Immaginatevi i primi anni 80, dove questo sacramento era vissuto come occasione per festeggiare assieme a tutta la parentela. Immaginatevi una donna diversa dalle altre, con un atteggiamento quasi restio al contatto fisico, e con la severità che contraddistingueva quel tipo di educazione ferrea da cui si proveniva, più o meno tutti.

Andando indietro nei ricordi, ho avuto un rapporto con mia madre davvero complesso. Più che una complice era una sorta di sorvegliante, che impartiva regole e rigidità.

Da piccola invidiavo le mie compagne di classe, perchè avevano una presenza materna diversa dalla mia. Questo fino a che non sono diventata madre a mia volta.

Mi ricordo il momento esatto in cui uscii dalla sala parto, le prima parole furono “voglio mamma”.

Ecco, lì probabilmente, nel pieno del mio tumulto emozionale, in un momento in cui non stavo capendo realmente cosa accadeva, l’unico punto di riferimento era lei.

Quando si diventa adulti

Quale è stato il momento esatto in cui vi siete accorti di essere diventate persone adulte?

Per me quel momento è stato quando mi sono resa conto che i genitori vanno accettati con i loro limiti, quando ho compreso che ogni epoca e ogni storia familiare ha il suo peso che incide nel rapporto con i figli.

Ho cominciato ad accettarmi come madre, quando il rapporto con mia mamma si è fatto quotidiano, intriso di confidenze.

Ho avuto la fortuna, nella seconda parte della mia vita, di poter avere un dialogo importantissimo con mia madre. Nessun argomento è mai stato tabù, nessuna telefonata nel cuore della notte è stata mai fatta pesare.

A mia mamma devo la vita tre volte.

La prima, quando mi ha messa al mondo. La seconda quando nel cuore della notte, disperata, ho trovato una mano tesa a sostenermi e a capirmi senza giudicare. La terza nel momento in cui, piangendo, mi disse che dovevo amarmi di più e non dovevo accettare tutto quello che la vita e le mie scelte mi avevano portato davanti, come un conto salato che non aspetta altro per essere riscosso con gli interessi.

Quando ho sentito la Sua sofferenza, pensavo di aver toccato realmente il fondo.

E invece no.

Invece il fondo l’ho toccato mesi dopo la sua morte.

Perdere un genitore non è solo perdere qualcuno che si ami. Perdere un genitore che è stata la tua colonna negli ultimi anni è sprofondare nella solitudine più piena e totalizzante. In quel momento mi sono accorta che ero davvero sola, lontana da tutti, con un figlio piccolo a cui badare.

Quando mi chiamarono per avvertirmi che mamma aveva avuto una emorragia cerebrale, ho capito immediatamente la gravità della situazione. La mia speranza, sentiti i medici, era che non rimanesse in stato vegetativo. Aveva 61 anni, e per fortuna non ha nemmeno avuto il tempo di accorgersene.

Dieci minuti di mal di testa e una vita si spezza.

E con lei crolla tutto quello che c’era. L’amore, il sostegno, la speranza di vederci di più, il progetto di andare a vivere insieme.

Perdere un genitore non è solo perdere qualcuno che si ama. E’ rinunciare per sempre a quella parte di te bambina, è mettere da parte l’essere figlia per rimanere “solamente” madre e adulta.

Niente più sigarette insieme a distanza, niente più videochiamate con le sue amiche per farle conoscere i progressi del piccolo gnomo. Niente abbracci, niente “ti voglio bene Ma’, quando torni da me?”. Niente di niente.

Rimane un dolore che ti insegue e che prima o poi sai bene ti prenderà. Rimane un cercare di sopravvivere, finche il cuore ad un certo punto si spacca, mentre stai ascoltando una canzone.

Un dolore che ti attraversa, ti strappa i capelli, si butta per terra con te. Un dolore che ti fa chiedere pietà.

Eppure, in tutto questo, ho avuto la fortuna di averle detto fino a 5 ore prima quanto le volessi bene. Qualcosa che mi ha sollevato l’anima e che, ancora oggi, mi fa stare in pace.

Perchè nella vita non ci è data la certezza di sapere quanto sarà il nostro tempo. E le parole… le parole vanno dette.

Oggi si avvicina la festa della mamma, ma non è tanto questo che mi fa riflettere, quanto il fatto che come genitore e anche come donna questi accadimenti mi hanno cambiata totalmente. Aver convissuto e aver superato questo strappo nello strappo, questo lutto al quale poi ne sono seguiti altri, di diverso genere, mi ha dato la lucidità per capire che ogni cosa si risolve.

Perdere mia madre mi ha dato la consapevolezza di sapere che qualsiasi cosa arrivi dalla vita, io sono in grado di affrontarla.

Tanti modi di vedere le cose sono cambiati. Quello che non è importante passa in secondo piano, le persone che non si allineano al mio modo di vedere la vita scivolano via. Non ho più interesse a trattenere qualcosa o qualcuno, non ho più paura di perdere.

Perchè quello che ho perso, e cioè un pezzo della mia anima, è così grande da fare impallidire qualunque quisquiglia di vita quotidiana.

Ad oggi di mia madre mi rimangono le chiacchierate, il salutare gli anziani per strada, la gente che non si dimentica di lei ancora dopo anni. Mi rimane l’immagine di una donna fragile che ha sofferto tanto, ma che è sempre stata pronta ad aiutare gli altri anche quando non era in grado di salvare nemmeno sè stessa.

Di mia madre mi rimangono gli abbracci e i consigli. Mi rimane il “devi stare bene tu”.

Se non si passa attraverso questa lacerazione, non si può capire cosa voglia dire perdere una mamma.

Ma io, lo so, che lei è e sarà sempre con me.

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